Buco dell’ozono più esteso del previsto: le concatenazioni del degrado planetario

Pubblicato il da Limen23

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In questi giorni il buco dell’ozono è tornato a far parlare di sé, dopo un lungo silenzio che lo aveva gettato nel dimenticatoio, quasi come si trattasse ormai di una piaga scontata e scomoda alla produzione noncurante di un inquinamento in aumento a dispetto di protocolli internazionali sempre più indulgenti.

L’allarme, già lanciato questa primavera, denuncerebbe una perdita di oltre l’80% in un solo anno della fascia di ozono protettiva del nostro pianeta, unico indispensabile schermo contro i raggi ultravioletti provenienti dal Sole, responsabili di melanomi della pelle, instabilità del dna, inibizioni parziali della fotosintesi delle piante e dunque diminuzione dei raccolti, nonchè distruzione di frazioni importanti del fitoplancton, alla base della catena alimentare marina.

Già da queste premesse si comprende quando sia importante per la vita sulla Terra lo strato di questo gas, che l’Uomo ha iniziato a devastare dalla metà degli anni Ottanta, causando il primo buco dell’ozono sopra l’Antartide con emissioni incontrollate di clorofluorocarburi (CFC) ed altre sostanze come il bromuro di metile.

Particelle di questi composti, mai totalmente estinte dalla nostra atmosfera, oggi reagiscono al cambio climatico che si sta imponendo sul nostro pianeta a causa della crescente attività solare mal filtrata da una magnetosfera altrettanto indebolita, ma anche dello spostamento dei poli magnetici terrestri e dei continui devastanti esperimenti che irrorano i nostri cieli sotto il nome di “schie chimiche” e tecnologia di controllo del clima e onde elettro-magnetiche “haarp”, che paiono non interessarsi della profonda e delicata interconnessione come della reciproca influenza di tutte le zone climatiche planetarie.

La perdita di ozono infatti sarebbe un fenomeno stagionale che riguarda entrambi i Poli, nonostante al Nord sia risultata finora ridotta, ma l’inverno particolarmente rigido che ha interessato il circolo polare, per ben 30 giorni in più nel 2011 rispetto ad ogni inverno artico precedentemente studiato, ha generato venti insolitamente forti, vortici polari che hanno isolato la massa atmosferica sul polo Nord, generando una bolla d’aria fredda che non ha potuto mescolarsi con l’aria più calda delle medie latitudini come accadeva di consueto. La conseguenza è stata un rilascio record di atomi di cloro e bromo, prodottti dei clorofluorocarburi che distruggono il legame chimico dell’ozono. Il rilascio di cloro dalle nubi polari è però stato altresì agevolato in misura massiccia dalle radiazione solari, aumentate per la maggiore attività della nostra stella, tra le cause per giunta dell’aumento di eruzioni vulcaniche, che interagiscono con l’ozono emettendo diverse particelle come acido cloridrico, aerosol e cloro. Insomma, un circolo vizioso che scaturisce da concatenazioni causa-effetto difficilmente proiettato a migliorare: se, infatti, a causa dei cambiamenti climatici le temperature artiche caleranno ancora leggermente in futuro le perdite dell’ozono saranno ancora più gravi e frequenti, con conseguenze che possiamo a questo punto immaginare.

Ciò non giova alla desertificazione in avanzamento rapido su tutto il pianeta, ed ora anche nell’Unione Europea, dove una dozzina di Paesi si sono dichiarati Paesi colpiti: suoli sfibrati e devitalizzati a causa di sforzi innaturali a cui sono sottoposti dal sempre più imprevedibile clima, oltre che dalle dannose sostanze che l’Uomo non cessa di utilizzare per una produzione sfrenata a discapito della qualità.

Occorre davvero un’inversione di rotta, ma stavolta con la collaborazione e la Volontà reale di tutti, senza insensate esclusioni di confine o di elitari ed illusori patti internazionali.

LIMEN & Staff

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